Strategia e territorio

Prima del design, prima del progetto, prima dell’idea … c’è l uomo e la sua esistenza. Con Hegel, Fuerbach, Marx, ritroviamo una posizione che definisce (e ridefinisce) il concetto di “vita umana” in funzione delle contingenze e delle situazioni ambientali nelle quali viene evolvendosi e mai con l’ausilio di categorie pretesamene assolute.

Seguendo il loro filo arriviamo ad avere una provata certezza sul fatto che la nostra realizzazione del mondo umano è inseparabile dalla nostra autorealizzazione umana. Fare il nostro “ambiente” e fare il “noi stessi” è stato un unico processo.

Si ritiene poco esauriente attribuire gli sviluppi e la concezione dell’”ambiente umano” solo allo sviluppo delle idee filosofiche, infatti vi sono altri apporti scientifici per la quale vige la convinzione che fra l’uomo e la realtà, fra l’uomo e se stesso, fra l’uomo e la storia, si trovi una membrana: l’ambiente umano. Questa concezione non solo fondò le basi dell’ecologia generale, ma anche di quella branca di ecologia che con il supporto di sociologi, antropologi e psicologi, diede vita all’ecologia sociale[1]. Per gli ecologi l’”ambiente umano” è uno dei tanti sottosistemi che compongono il vasto sistema ecologico della natura, con un “comportamento” molto particolare. Il nostro sistema, infatti, si distingue anzitutto per la possibilità di usare relazioni con gli altri sottosistemi ed influire radicalmente sul loro destino. Anche tutti gli altri sistemi sono capaci di turbare un equilibrio ecologico estraneo, ma soltanto il nostro dimostra di essere in possesso, oggi, della capacità virtuale e reale di provocare perturbazioni sostanziali, cioè irreversibili, nell’equilibrio degli altri sottosistemi. Ma il rischio non si esaurisce qui: ogni perturbazione di questo tipo non è mai settoriale giacché, prima o dopo, finisce per alterare la stabilità dell’intero sistema, non escluso certamente il sottosistema che è stato agente iniziale della perturbazione.

Il fattore che nell’universo ecologico, compie la funzione, per così dire di «agent provocateur», non è altro che l’uomo o, più precisamente, la coscienza operante dell’uomo sul suo intorno fisico e socioculturale.

Nel processo di questa nostra consapevolezza ambientale non possiamo annoverare dei meriti al progresso, quelle strutture tangibili che condizionano psicosomaticamente il nostro comportamento individuale e sociale, le strutture fisiche che al livello delle città, dell’edilizia e degli oggetti hanno contribuito a dare forma e contenuto culturale al nostro intorno.

Questa riflessione serve a ridefinire una nuova figura di designer o in generale di progettista, indipendentemente dall’oggetto del progetto, e soprattutto si pone come riflessione per nuovi orizzonti in materia di progettazione.

Metodologie e campi di applicazione sono stati sempre tanto vasti quanto sottili nei loro confini ed è proprio in questo che la componente strategica prende forma. Mauri ricorda: “Il design è un atteggiamento progettuale critico nei confronti del reale che si pone come obiettivo la trasformazione, possibilmente in positivo, dello stesso. Si potrebbe affermare che non esiste design che non sia strategico[2] …”

Il design diventa strategico quando l’attenzione passa dal prodotto al sistema-prodotto, dove il prodotto perde la sua mera essenza e diviene meccanismo di un sistema molto più ampio, dove viene inteso come insieme integrato di prodotto, servizi e comunicazione, contribuendo a determinare la posizione competitiva dell’impresa (di qualsiasi tipo e settore) sul mercato e in relazione diretta con l’ambiente umano e sociale con cui interagisce. La componente strategica del progetto sottolinea, a nostro parere, la centralità del concetto di territorio e di risorsa territoriale: il progetto di qualsiasi natura ha un contesto dove inserirsi e per tale motivo nell’iter progettuale dovrebbere essere inserite o quantomeno analizzate le specificità di tale contesto, riuscendo a manifestare in ogni sua forma tale identità territoriale.

Questo approccio al progetto mette in risalto le capacità del Design legate alla visualizzazione e alla rappresentazione di scenari, alla captazione di trend, al problem solving, alla combinazione di diverse forme di conoscenza, supportando la riflessione del percorso strategico[3].

Il design non vive più un semplice rapporto di relazione con il territorio come mero spazio fisico, ma adesso il territorio si trasforma in laboratorio di elaborazione del progetto e obiettivo dello stesso. In questo rapporto tra design e territorio si possono innescare meccanismi di innovazione imprenditoriale integrando il Design ad altre forme di progettualità potenziando il capitale territoriale garantendo benessere economico e qualità di uno sviluppo diffuso equamente, o meglio inteso in termini di sostenibilità totale.

Con il Design strategico per il territorio si progettano processi di valorizzazione, di visualizzazione, di sviluppo delle risorse territoriali, o servizi, forme di comunicazione connesse ad un bene che non deve necessariamente essere un prodotto, ma piuttosto una risorsa, materiale od immateriale.

E’ naturale il confluire del Design in ambiti come il management ed il marketing territoriale, ma la transdisciplinarità è la caratterista fondamentale di qualsivoglia progetto, nonché della nostra ricerca. Il progettista deve essere pronto a farsi carico di punti di vista che non gli appartengono e cercare di entrare nell’ottica aperta di un progetto a 360°, deve ricordare sempre come ogni progetto viene inserito in un contesto d’uso caratterizzato da aspetti che prescindono il mero progettare. Design strategico e design management sono definiti approcci metodologici che mettono a disposizioni strumenti efficaci utili a risolvere le problematiche territoriali.

Progettare in chiave strategica, pensare dunque in seno al sistema-prodotto, ci permette di analizzare la molteplicità degli elementi in gioco (il contesto ambientale, l’impresa, il mercato, il consumo, la cultura, ecc.), la pluralità degli attori e dei punti di vista che si interconnettono reciprocamente, in modo tale da non rendere pensabile un approccio né totalizzante, né riduzionista[4]. Chi si occupa di Design strategico crede fortemente che oggigiorno non è più sufficiente avere un prodotto di qualità (estetica e produttiva) poiché lo stesso deve essere completato da una strategia di comunicazione coerente, da un sistema di gestione ottimale dalla “culla” alla “tomba”[5], e deve avere legami di carattere culturale, tecnico e produttivo, con il territorio in cui il prodotto/servizio andrà ad operare/manifestarsi, o di cui ne è origine.

Il sistema-prodotto è anche, e soprattutto, un sistema di senso. Oggi notiamo che il consumer non acquista solo perché il prodotto/servizio ha un’ottima qualità ma perché, oltre a condividere il sistema di valori che l’impresa attraverso il sistema-prodotto è riuscita a comunicargli, nell’acquisto vi è la necessità di ritrovare nell’acquisto con carattere di unicità, come l‘esperienza di viverlo, ad esempio il viaggio.

[1] La “human ecology” è stata introdotta da Park e Burgess nel 1921. Da questa branca si è sviluppata anche la «psicologia ecologica» («ecological psicology») .

[2] F.Mauri

[3] Cautela Cabirio, Strumenti di design management, Franco Angeli, 2007

[4] Carlo Vezzoli, dispense del corso di “Design Strategico” 2007 www.polimi.it/design

[5] Vezzoli e Manzini (2002)

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