Cultura del Design: riflessioni

In un ottica di rivisitazione del nostro stile di vita, sulla ricerca o riscoperta di bisogni “reali” e sulle modalità di soddisfacimento di questi  il Disegno Industriale –  o Design che dir si voglia- e di conseguenza, il designer, che ruolo giocano?

La parola che ha caratterizzato questi ultimi 12 mesi è stata “CRISI” nutrita da una schiera di aggettivi: economica, finanziaria, sociale, spirituale, identitaria…

Quando il Design cominciò a definirsi nel contesto industriale e sociale, mischiandosi tra le edonistiche traverse dell’arte e le rigide autostrade dell’ingegneria, non solo la crisi aveva connotati ben diversi (più che crisi per l’eccessiva abbondanza di merci, era la crisi per la mancanza di queste), ma soprattutto si pose come il miglior strumento per mai entrare in una situazione del genere.

Partendo dal primo oggetto definito di “design” ad opera di Christopher Dresser (riconosciuto come il primo industrial Designer[1]) intorno agli anni 1850-1890, il Design si conformava come un mistico incontro tra i bisogni della comunità e i desideri degli imprenditori, dove si progettava per rendere la tecnica fruibile alla comunità e quindi vendibile.

Nell’iniziale stato di felicità per tutto quello che era ormai possibile avere, per tutti i vantaggi, per la disponibilità economica che cresceva e per tutto il “benessere” che si diffondeva, non si ci fermò neanche un minuto per veder dove si stava andando o quanto meno quello che si stava comprando. Furono gli anni del Fordismo e del Taylorismo.

“Any customer can have a car painted any colour that he wants so long as it is black”

Così recitava un celebre slogan pubblicitario inventato da Henry Ford stesso e riportato nella sua autobiografia My Life and Work (1922). Nacquero e si studiarono lo Styling, il Disegno Industriale, l’ingegnerizzazione di prodotto, la domotica, il marketing, ecc ecc.

Nell’arco di oltre 150 anni si è arrivati ad una situazione di imperfetta[2] saturazione. In questa evoluzione il Design e i designer si sono sempre posti domande tipo: il Design deve avere un ruolo all’interno della società? Deve avere un etica? Uno scopo sociale?

Ma nell’imbarazzo della scelta si è progettato, studiato, inventato per avere sempre il modello migliore, strettamente legati alle regole del mercato dove lo scambio di beni e servizi diviene necessario ed irrevocabile. Il Design è oramai un elemento del marketing mix, che insinuandosi tra le 6 P (product, price, place, promotion, position, personal selling) si assume il compito di contribuire all’impenno delle vendite.

Sporadicamente e senza il giusto risalto qualcuno ha gettato un esiguo mea culpa confessando di aver progettato inutilità, vedi Philiph Stark[3]. Con un po’ di amaro in bocca notiamo come il Design stia nella parte più bassa della sua curva del ciclo di vita, visto che, a causa di un’ inesistente cultura del design, l’80% delle persone visualizza immediatamente e senza dubbio alcuno che si tratta di un oggetto bello ma inutile e il più delle volte costoso!

Prima di tutto nel nostro più ampio progetto di responsabilizzazione del Design, si dovrebbe ridare una certa dose di dignità a questa disciplina, mantenere ed indirizzare meglio le sue potenzialità a tematiche di più consistente importanza ed infine stimolare l’intelligenza collettiva ad un continuo scambio di idee per la prosperità e la divulgazione della creatività.

Nel secondo e più difficile passo di ri-progettazione e ri-scoperta dei nostri “reali” bisogni, dobbiamo far fronte a componenti molto più grandi di una semplice divulgazione culturale, come la problematica che l’attività produttiva, di un bene o di un servizio, che non può certo arrestarsi.

Le numerose motivazioni potrebbero essere ridotte semplicemente a due: innanzitutto l’uomo non smetterà mai di desiderare e desidererà sempre di più di quello che ha e soprattutto quello che non può avere. Questo spiega la naturale propensione dell’uomo, come animale sociale, a divorare cose e persone senza esserne mai soddisfatto ed appagato, chiarendo il motivo per la quale vi è un insoddisfazione diffusa, un continuo malumore nei rapporti sociali, e come sia facile creare un parallelismo tra i perché di un divorzio ai perché della guerra.

Il secondo motivo è la macchina capitalistica, che se anche per moda diventa eco o green, bio e così via, rimane sempre una macchina, e per tale motivo non può arrestarsi se non vengono a mancare gli ingranaggi principali, ovvero lo scambio in termini economici. Solo ritornando al baratto possiamo fermare tutto questo meccanismo. Se l’uomo non desidera, non ha bisogni e se non ha bisogni non ricerca nei beni materiali il soddisfacimento di questi o meglio se desiderasse altro potrebbe evitare di rifugiarsi in un centro commerciale o viaggiare nell’omologazione dei villaggi turistici per evadere dalla realtà. Questa non è la sede adatta per discutere dei buoni desideri che l’uomo moderno dovrebbe avere, ma si potrebbe spendere un minuto per dire che dovrebbe amarsi di più e amare le cose che gli stanno attorno incondizionatamente…

Che la macchina capitalistica si arresti non è certo la soluzione che vogliamo. Decrescita non significa regressione, non significa fermare in modo netto lo scambio di merci, ma di certo si propone di minimizzarlo sulla base di bisogni ed esigenze reali.

La Decrescita che un designer dovrebbe affrontare è una questione delicata. Noi abbiamo il compito fondamentale di capire il prodotto industriale, siamo noi i responsabili delle sue apparizioni e dei suoi messaggi e accanto a noi lavora una colta schiera di economisti, sociologi e responsabili marketing che dovrebbero fare la stessa riflessione.

Il Design evoluto, moderno, post industriale, che molti si ostinano a non considerare, non è per nulla delegato alla sola componente estetica e soprattutto non è delegato allo studio del solo prodotto industriale. Il designer che deve formarsi e responsabilizzarsi, deve avere la flessibilità di risolvere un problema tanto in una forbice quanto in un territorio. Vi è la convinzione che la sopravvivenza di molte professionalità dipende dal continuo ed imperterrito funzionamento della macchina capitalistica, tanto da rendere nel contesto degli studi sul disegno industriale una vera e propria contraddizione in termini la frase “progettare la decrescita”. Nulla di più sbagliato. Se fino ad oggi si è giustificato questo affiancamento di termini contraddittori con l’ironia o con la voglia di suscitare scalpore, interesse, manifestando la voglia di una sfida, adesso dopo riflessioni condotte sul rapporto tra l’uomo e la tecnica, tra l’uomo e il mondo reale, che moltissimi autori hanno discusso ampiamente, il concetto di progettare la decrescita si riveste di un nuovo significato. progettare la decrescita significa risolvere un problema attraverso un progetto, che può caratterizzarsi come nuovo o come utilizzo di pratiche diverse dalle precedenti, che non ha più lo scopo di indurre la necessità di nuovi bisogni nel consumatore.

E quindi? Come si fa?

Sono diverse le forme in cui il Design, o la semplice cultura del progetto, può inserirsi nel contesto territoriale, anche insieme alle attività della P.A., ad esempio in un ottica di sviluppo dell’impresa locale. L’alleanza tra impresa e Design rappresenterebbe una fonte di valore per le strategie aziendali orientate alla ricerca di nuove opportunità competitive.

In questa direzione, se la ricerca di Design affrontasse l’analisi del ciclo di vita della relazione impresa-cliente (pre-acquisto, acquisto, utilizzo manutenzione, dismissione) in chiave non solo ecologica ma anche sociale, si presenterebbero inedite opportunità di innovazione utili ai sistemi produttivi locali.

Con la piena fiducia nelle capacità scientifiche e tecnologiche, il designer, consapevole del proprio ruolo sociale e non solo tecnico, dovrebbe riprendere a progettare con responsabilità e rispetto della natura e della cultura, pur nella inevitabile trasformazione dell’ambiente e della società legata. La responsabilizzazione ambientale e culturale, anche quella connessa sullo sviluppo competitivo locale, costituisce per il disegno industriale una possibilità d’intervento e una formidabile opportunità per estendere e adeguare il suo ambito d’azione. E’ un richiamo alla necessità, tipica della cultura progettuale, di dovere aggiornare continuamente il proprio statuto in termini di strumenti, metodi e prospettive d’azione, esplorando nuove frontiere e interpretando nuovi bisogni suggeriti dalle complesse e mutevoli istanze della contemporaneità.

Queste enunciazioni descrivono un orizzonte strategico di possibili azioni di design. Esse si fondano su una nuova visione del territorio, in cui si afferma la cultura della permanenza dell’uomo nel segno della sostenibilità e soprattutto della vivibilità in ottica relazionale ed integrata.

Se inizialmente il Design promuove un miglioramento della qualità generale del prodotto industriale, attraverso specifici interventi di natura tecnica; poi, in simbiosi con l’evoluzione del dibattito sull’integrazione, il Design ri-orienta il proprio statuto disciplinare nella direzione di questioni sociali e culturali.

In questa ottica il Design per risolvere i problemi ambientali assume un ruolo rinnovato rispetto agli attuali processi strategici di valorizzazione di risorse del territorio generali ed ambientali con un mix integrato di prodotti-servizi, che comporta non solo scelte di carattere tecnico ma che richiede dei cambiamenti di stili di vita e di consumo. Riduzione degli input e output di materiale ed energia necessari per la realizzazione dei prodotti di qualsiasi genere, inoltre si attua un processo sistemico ai problemi e capacità proprie del design di proporre scenari possibili quanto auspicabili di sviluppo.

Secondo Antonio Marano, progettare non è solo un problem solving ma è anche una funzione eminentemente intellettuale, è cioè una forma di conoscenza finalizzata al miglioramento della condizione umana e, in ultima analisi, al cambiamento del mondo.


[1] Pasca Vanni, Christopher Dresser 1834-1904. Il primo industrial designer per una nuova interpretazione della storia del design, Lupetti, 2001 (www.lupetti.com)

[2]La definisco imperfetta perché non si è raggiunto uno sviluppo equilibrato né a livello delle varie attività umane,  e nè nelle diverse parti del mondo.

[3]Il 13 Marzo 2009 rilascia al giornale tedesco “Die Zeit” la seguente dichiarazione “Chiedo scusa per essere stato un produttore di materialitá. Tutto ciò che ho disegnato non era affatto necessario. Smetterò del tutto la carriera di designer fra due anni; voglio fare qualcos’altro ma non so ancora cosa…vorrei trovare un nuovo modo per esprimermi. Il design é un’orribile forma espressiva” continua addirittura dicendo “in futuro non ci saranno più designer perché i designer del futuro saranno i vari personal trainer e dietologi”. Il tutto si conclude con una delle sue frasi più gettonate : “Quello di cui più abbiamo bisogno é saper amare”.).

 

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