La coscienza progettuale

Nel corso degli anni l’evoluzione intrapresa dalle nostre società “occidentali” ha fatto in modo che il rapporto tra l’acquisizione delle potenzialità e il soddisfacimento delle necessità, oltre a materializzarsi un intero universo di cose ed eventi, ad un certo punto porta al capovolgimento della situazione di partenza: se dapprima l’uomo tendeva a soddisfare prioritariamente i bisogni principali e successivamente quelli secondari, oggi spesso e volentieri succede l’opposto, generando una rottura di equilibri naturali di cui forse ancora non abbiamo compreso appieno la gravità.

Uno dei più consistenti disequilibri è, a mio parere, che l’uomo post-industriale non sa più esattamente quello che vuole e non sa dove cercarlo, come afferma Franco Cassano: “… all’uomo moderno manca perennemente tutto ciò che non esiste“[1]. Si sono perse coordinate fondamentali per la conduzione ottimale della vita umana.

Ovviamente non è così tragica la prospettiva verso cui la modernità si proietta, ma confermare queste righe significa dar ragione all’esistenza di un problema che tocca più o meno tutti. Ad ogni modo, il pensare globalmente e l’agire localmente è una testimonianza del diverso modo di compiere tutte le azioni che si svolgono tra l’acquisire, soddisfare e dei loro risultati. La nota positiva sta dunque nella constatazione che il globalizzato, sempre più forte e vincente, comincia a trovare di fronte a se un “locale valorizzato”, che può costituire il terreno per nuovi scenari.

Di fronte a questo quadro noi che oltre ad essere uomini di “questo mondo” siamo pure “designers”, quindi con responsabilità e potenzialità precise, ci troviamo di fronte alla complessità del sistema-prodotto e chi opera nel campo del design e dell’impresa è chiamato oggi a riconsiderare il progetto come questione cruciale per l’evoluzione economica e sociale.

Progettare un sistema-prodotto[2] significa confrontarsi con la possibilità di incontrare e riconoscere il cambiamento incessante, di promuovere l’innovazione, di operare strategicamente in una prospettiva di interazione tra offerta e consumo.

Un punto fermo del lavoro svolto durante il percorso universitario è proprio la riflessione che siamo, non solo uomini ma anche designers, e  che cercare di riflettere su come agire per non incentivare un percorso autodistruttivo di un mondo che ormai appare tutto uguale, di culture e tradizioni che vanno scomparendo, di progetti inutili che riempiono la nostra giù confusa vita, non sono semplici rompicapi da speculazione teorica! Le forme del design, che sono molteplici, devono ricoprire ruoli sempre più responsabili, non si può più prescindere da una “coscienza progettuale”.

[1] Cassano Franco, Il pensiero meridiano, Editore Laterza, 2007

[2] Rimandiamo per la definizione di sistema-prodotto a si rimanda a Mauri (1990) e Manzini (1999)

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